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October 18
Uno spettro s'aggira per l'Università - è lo spettro di Adam Smith. September 06
"Io già ho accennato come la penso a riguardo... Comunque, tendenzialmente, sono portata a dare la seconda risposta. Anzi, non "tendenzialmente", diciamo che ne sono convinta: dopo un lungo periodo di panteismo razionalistico - spinozismo - direi che mi sono rinsavita, e ho affrontato questa questione con una nuova mentalità: mentre prima credevo che negare il libero arbitrio fosse la presa di posizione più ragionevole da farsi, in vista, oltretutto, della causalità che domina la natura - in fin dei conti, cosa ci dovrebbe far credere che l'animo umano faccia eccezione alle leggi dell'universo?... questo era, pressappoco, il mio ragionamento, così come lo era quello dell'Antica Stoà, del Descartes o dell'Ethica di Spinoza - col passar del tempo ho cambiato idea. In effetti, mi rendo conto solo adesso di quanto rifugiarsi in un ferreo determinismo non sia altro che una vile scappatoia per coloro che non riescono a prendersi sulle spalle il grave fardello della libertà. La libertà è - proprio così - un grave fardello. Accettarla implica essere disposti ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti della propria vita. Accettarla significa essere consapevoli di essere perennemente sospesi fra la realizzazione suprema e l'annullamento totale, costantemente sul baratro dell'essere e del nulla, e oltretutto, significa anche sapere che nel peggiore dei casi non potremo imputare la causa della nostra fine a nessun altro se non a noi stessi. Il sentimento della libertà, o come direbbe Kierkegaard, del possibile, è senz'altro l'angoscia. Heidegger, e non a caso, in Essere e Tempo descrive l'angoscia come uno stato privilegiato dell'Esserci, in quanto in quel momento - o meglio, in quell'attimo - egli è nello stato di apertura dell'Essere, e ciò significa che si disvelano a lui le sue possibilità più autentiche, oltreché la sua essenza più propria, l'essere-per-la-morte. Angoscia significa anche, kierkegaardianamente, sapere che ogni cosa è in mano tua, ma che, non potendo nessun umano prevedere il futuro, ti aspettano dei bivi sulla tua strada, di fronte ai quali sarai obbligato a prendere decisioni pressoché cieche...e che nella vita sarai in ogni momento chiamato a scegliere una strada e abbandonare per sempre la possibilità dell'altra, senza sapere cosa lasci, senza sapere a cosa vai incontro, ma soprattutto, senza avere la possibilità di rendere reversibili le tue scelte. La convinzione che le scelte siano reversibili, peraltro, è l'atteggiamento inconscio con il quale la maggior parte delle persone affronta la vita. Considerare reversibili le proprie scelte effettivamente è molto comodo e confortevole, poiché toglie il peso di dover prendere decisioni definitive, autentiche e vitali. Pressappoco, essi la pensano in questo modo: io scelgo una strada, ma non perdo certo il mio tempo a pensarci troppo, né considero la questione tutta particolarmente impegnativa, poiché infatti io credo che in qualsiasi momento, per circostanze avverse, potrò sempre, eventualmente, tornare indietro e prendere l'altra. Questo porta ad affrontare le scelte con leggerezza...e ad affrontare la vita come se fossimo immortali, quando invece abbiamo a disposizione un tempo finito - una vita infinita, infatti, sarebbe l'unica vita nella quale, effettivamente, le scelte potrebbero considerarsi davvero reversibili, in quanto in un tempo infinito si possono compiere infinite scelte e prendere infinite strade, e dunque anche quelle che nella vita finita ci lasciamo, invece, alle spalle per sempre -. In effetti, è proprio questo il significato dell'essere-per-la-morte: esso presuppone una decisione anticipata riguardo alla morte, ovvero una presa di consapevolezza della propria finitudine, e porta parimente con sé l'estrema conseguenza di compiere le proprie scelte consapevolmente, sapendo, cioè, che non ci saranno date altre occasioni. La consapevolezza della morte porta senz'altro all'angoscia più sentita; ma l'angoscia è il luogo ideale della decisione, ed è per questo che libertà e angoscia sono inscindibili. O ancora: la convinzione della nostra - ipotetica - non libertà ci porta ad affrontare la vita come se essa fosse predestinata, cosicché siamo continuamente portati a pensare: io sono qui, ma non sono io ad averlo scelto: è stata la vita, il destino, la causalità della natura, o peggio: le dinamiche determinate che hanno influito dall'esterno sul mio agire. E quindi, in un certo qual modo difficile da spiegare a parole e che lascio quindi a voi intuire, la consapevolezza, o meglio, la convinzione della propria non libertà è altresì un modo per sentirsi perennemente giustificati, discolpati, e dunque, protetti, come fanciulli incapaci d'intendere e di volere a cui quindi sono permessi tutti gli errori...e che alla fine sono sempre scusati. Facilmente ci troviamo di fronte, parimente, delle persone che si lamentano della crudeltà della vita nei loro confronti; ahimè, si lamentano, è vero, e sono mesti e tristi... ma non hanno ancora il coraggio di ammettere che non è colpa del fato se si trovano in quella situazione, ma che sono in verità loro stessi i fautori del loro destino... Questo perché, in verità, la non libertà, o, se volete, la prigionia, è per loro nient'altro che una dolce medicina in grado di alleviare il peggior dolore. Si lamentano, ma la loro lagnanza è la lagnanza di colui che si sente una vittima, e dunque il loro dolore sarà sempre un dolore sopportabile, al contrario di quello procurato dal sentirsi autenticamente colpevoli. A questo punto si fa chiaro il fatto che la libertà è un peso, un terribile fardello, un qualche cosa che non può essere compreso, se non attraverso il sentimento dell'angoscia. Come dice Sartre, l'uomo ha la libertà ASSOLUTA - e qui lo dico e qui lo nego, questa è senz'altro un'affermazione azzardata, come fece notare Merleau-Ponty - ma questa è per lui - una vera condanna. Nonostante la mia stima per le riflessioni degli esistenzialisti, e in particolare di Sartre, io modificherei leggermente quell'asserzione - essa non mi convince pienamente - in quanto, vi invito a riflettere: in fin dei conti, e forse, ammetto, guardando alla questione in un'ottica un tantino idealistica, cosa conta nella nostra esistenza, cosa influisce su di lei, cosa ci preme davvero..? Quel che effettivamente è, oppure quel che noi siamo convinti che sia? Ebbene... Esiste forse qualcos'altro oltre a ciò che noi crediamo vero? E se ritenete che esista, sapreste forse dimostrarmelo...? Questa è una riflessione importante non solo in campo meramente gnoseologico, ma primariamente in campo esistenziale... Quel che davvero conta è ciò che noi crediamo della vita, al di là del fatto che la nostra convinzione sia fondata o meno... in quanto ritengo assai veritiera la massima nietzschiana "Non esistono fatti, ma solo interpretazioni di fatti"... Questo è ciò di cui sono convinta: in fin dei conti, o almeno, nell'ottica vitale, ciò che "oggettivamente" possa essere o meno vero ci è indifferente, soprattutto se indimostrabile... E senz'altro, la libertà è indimostrabile (vi rimembro ancora la terza antinomia kantiana). Dunque Sartre aveva ragione, tranne che su un punto, quando egli asseriva che siamo talmente condannati alla libertà da non essere liberi di rifiutarla... Infatti, io vedo bene che se qualcuno è convinto fermamente di non essere libero agirà di conseguenza - agirà da non libero, e quindi: lo diventerà. E a quel punto, cosa conta il fatto che egli lo sia davvero oppure no sul piano metafisico? La metafisica è tutta quanta indimostrabile. Perciò, ripeto, non me ne può importare di meno della dimostrazione oggettiva della libertà. La cosa non mi tange: poiché quel che conta è vivere "COME SE" si fosse davvero liberi. La libertà è necessario postularla, e non tanto per fini etici come volle Kant, ma prima ancora per motivi esistenziali, poiché quello è l'unico presupposto necessario per condurre un'esistenza autentica e non dominata dal Si riflessivo e dalla deiezione (Heidegger). E del resto, quand'anche i deterministi portassero in loro favore l'argomento della causalità della natura - come del resto fecero i razionalisti - bé, in verità, oggigiorno la loro posizione non avrebbe più basi teoriche. Anche quando siamo costretti ad ammettere il determinismo vigente nel mondo macroscopico, non lo siamo ormai più per il mondo microscopico. Il principio di indeterminazione e la teoria del caos mi danno ragione su questo punto. E se aveste ancora dei dubbi a riguardo, vorrei rimembrarvi Epicuro... cosa fece egli per spiegare la libertà? Introdusse il clinamen, ovvero la declinazione degli atomi, poiché egli riteneva - a ragione - che essa fosse sufficiente a spiegare la libertà. Scriveva Lucrezio nel De rerum natura, parlando appunto, del clinamen...
Infine, se sempre ogni movimento è concatenato e sempre il nuovo nasce dal precedente con ordine certo, né i primi principi deviando producono qualche inizio di movimento che rompa i decreti del fato, sì che causa non segua causa da tempo infinito, donde proviene ai viventi sulla terra questa libera volontà, donde deriva, dico, questa volontà strappata ai fati, per cui procediamo dove il piacere guida ognuno di noi e parimenti deviamo i nostri movimenti, non in un tempo determinato, né in un determinato punto dello spazio, ma quando la mente di per sé ci ha spinti? Difatti senza dubbio in ognuno dà principio a tali azioni la sua propria volontà, e di qui i movimenti si diramano per le membra.
Proprio così: la declinazione casuale e spontanea degli atomi porta senz'altro alla conclusione della libertà dell'agire, poiché se gli atomi non deviassero almeno un poco, tutto sarebbe determinato. Senz'altro Epicuro e il suo fedele ammiratore Lucrezio non avevano basi scientifiche per dimostrare il clinamen, ma semmai partivano dal presupposto della libertà e cercavano di darle una spiegazione. Quel che è certo, è che queste due cose, deviazione casuale di atomi e libertà d'agire, sono intimamente connesse... E dunque, non credete che se la scienza potesse dimostrare il clinamen, si dovrebbe credere che noi stessi siamo liberi e non determinati? Dovremmo senz'altro rispondere affermativamente... Ma allora, io vi chiedo, cos'è il principio di indeterminazione se non anch'esso un clinamen...? Come potrete voi stessi notare, ho fatto un salto quasi "tipico" e che la storia della filosofia conosce come le sue tasche, poiché con buone probabilità lo trova un molto simile a quello che divide Stoici da Epicurei, Razionalisti da Irrazionalisti, Antiumanisti da Umanisti, Hegeliani da Kierkegaardiani, Scientisti da Esistenzialisti..." September 01
Questa lunga estate è stata per me come l'inverno - degli orsi... Caldo, torbido, riposo ristoratore... Ma cos'altro ho mai da cercare in questa tana buia...? E' sorto il mattino - è ora che vada a cercare nuovo miele per le mie fauci - là fuori! - Va', è tempo, ormai! - Per cosa - chiesi - è ormai tempo? E' giunta una nuova primavera in questa vita...
Mi parlò così, un giorno, la vita: - perchè mai, figlia mia, porti un anello al collo? Per non dimenticarmi quel che so - della vita! - Le risposi. - Perchè io so... - e le sussurrai all'orecchio. - Come! - esclamò, - Tu, lo sai?! Nessuno lo sa!
Questa lunga estate è stata per me come la crisalide - delle larve... Dolci nutrimenti, e lunga attesa... Ma cos'altro ho mai da cercare in questo guscio vuoto? E' sorto il mattino - è ora che voli via a cercar nuovo nettare per i miei colori - là fuori! - Va', è tempo ormai! - Per cosa - chiesi - è ormai tempo? E' giunta una nuova primavera in questa vita...
August 28
Domanda Ipotetica. E se dovesse andar male?
Risposta Certa. No. Il fallimento non è fatto che possa invalidare la promessa. Essa vale a prescindere da ogni eventuale fallimento o successo. O ancor meglio: essa ha valore in se stessa e si giustifica per se stessa: - dedicare tutta la vita alla filosofia -. Essa non ha nulla a che vedere con tali avvenimenti, ovvero: non può dipendere dalle circostanze fortuite, poiché se così fosse non avrebbe valore vitale in senso autentico - sarebbe, cioè, una promessa superficiale, non incisiva per la vita, non eternamente rinnovabile; e invece essa è, senza alcun dubbio, eternamente rinnovabile, nel senso letterale: ciò significa che non solo essa è rinnovabile in qualsiasi momento della vita, ma che il rinnovamento, ritualisticamente inteso, è del tutto accidentale, e si presenta come assolutamente superfluo: infatti la promessa autentica non ha bisogno di rinnovamento, poichè si rinnova da sè col semplice suo perdurare ogni istante; non scade mai nè s'affievolisce il suo valore, per così dire: in ogni attimo è ricolma della sua validità esattamente come lo era al momento della sua prima formulazione, la quale si presenta come salto - e, parimente, essa comporta una costante disponibilità alla chiamata: necessita sempre, cioè, della stessa apertura dell'Esserci - proprio in questo senso essa è autentica: porta con sè uno spaesamento e un'angoscia costanti, ed anche una costante estraniazione dal Si - in tal senso essa è il più grave fardello. Inoltre, ammettendo che il fallimento possa invalidarla, si presupporrebbe che essa abbia il suo fine fuor di lei - ma essa ha il suo fine in se stessa -, e ciò significa che il fine della promessa così come il mantenimento della promessa si configurano semplicemente col suo aver sempre valore. Il suo fine non può, perciò, essere il successo, nè nessun'altra cosa, qualunque essa sia; se così fosse, essa non potrebbe valere tutta la vita, bensì terminerebbe con l'avvenuta sua realizzazione; in tal caso si tratterebbe di una promessa inautentica, ove l'attuazione della promessa - che può presentarsi, ad esempio, con una formula o una stretta di mano - vale in quel momento determinato, e ha come scopo un mantenimento dalla configurazione determinabile che ha da accadere in un momento altrettanto determinabile, terminato il quale la promessa è invalidata. Ma la promessa autentica non mira ad alcuna realizzazione, tanto più che in essa è impossibile distinguere il debitore e il creditore. Essa non ha fine - più nello specifico: essa non ha affatto un fine, ma ha certamente una fine. E la fine, ovvero quel momento che ha il potere di invalidare la promessa autentica, si configura, propriamente, come l'esalazione dell'ultimo respiro.
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